Biografia di Gabrielle Bossis

Nantes, 1874-1950

«Era ora che la vita straordinaria di Gabrielle Bossis
uscisse dall’ombra!
È riuscita a trarla alla luce, quasi dal nulla, Lucia Barocchi.
La sua charmante e attachante biografia,
riscaldata da un antico e quotidiano amore,
ci fa sentire Gabrielle così vicina
che il folgorante messaggio di lei
non può non entrarci nel cuore e restarci.»
Patrick de Laubier, Università di Ginevra, dicembre 2005

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Soltanto poco tempo prima di morire Gabrielle Bossis aveva confidato al suo confessore, il gesuita padre de Parvillez, celebre teologo e predicatore, la singolare esperienza interiore che essa viveva da quasi dieci anni e gli aveva fatto leggere alcuni piccoli quaderni dove lei annotava via via i suoi dialoghi con una Voce che le diceva di essere la Voce di Gesù.

Quella lettura emozionò e conquistò il colto sacerdote che subito prese a cuore la stampa di quei manoscritti. Fu per il suo zelo che nel 1949, dopo le drammatiche vicende della guerra, l’editore Gabriel Beauchesne pubblicò a Parigi un primo volume antologico di quelle “Conversazioni spirituali”. La stessa Gabrielle lo aveva curato e intitolato «Lui et moi – Entretiens spirituels» (Lui e io – Conversazioni spirituali). Questa raccolta uscì priva del nome dell’autore, come lei desiderava, ma era valorizzata da tre firme autorevoli, poiché il Vescovo di Nantes, monsignor Villepelet, il gesuita Lebreton della Facoltà teologica di Parigi e lo stesso padre de Parvillez ne scrissero le prefazioni sottolineando l’ortodossia, la bellezza e il rilevante spessore mistico del diario.

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Il volumetto si diffuse ad un ritmo sorprendente e in poco tempo fu esaurito. Molti lettori, entusiasti, sollecitarono con insistenza la stampa di nuovi estratti, dichiarando di trovare in quelle pagine un singolare fuoco che li aiutava a mettere Dio al vertice legittimo nei loro pensieri. Questa sbalorditiva accoglienza convinse tutti a proseguire nell’impegno: Gabrielle – sebbene già gravemente malata – curò una nuova scelta di brani da pubblicare in un secondo volume, che uscì postumo nel dicembre del 1950 con la prefazione dell’Accademico di Francia, Daniel Rops. Rops svelò finalmente il nome dell’anonima scrittrice e ne fece un ritratto vibrante, concludendo:

Gabrielle Bossis fu senza dubbio una grande mistica, e gli estratti del suo diario sono il resoconto, quasi la stenografia, di ciò che essa ricevette in un sublime Solo-a-sola con Gesù. I colloqui hanno un suono di pienezza e di semplicità che li assimila ai più autentici capolavori della letteratura spirituale.

La pubblicazione integrale del diario Lui e io fu completata da Beauchesne fra il 1951 e il 1957 in sette volumetti che si trovano ancora nelle librerie francesi e sono stati tradotti in varie lingue.
Conosciuta l’identità di Gabrielle Bossis, molti lettori hanno cercato di trovarne le tracce a Nantes e soprattutto a Le-Fresne dove è sepolta e dove la sua tomba è da allora meta di visitatori di ogni parte del mondo. È quello che abbiamo fatto anche noi, con dentro la passione di scoprire non solo i luoghi ma anche la personalità di lei. Passione che è stata ampiamente ripagata dalle emozioni provate, prima fra tutte (come vedremo poi) l’emozione di un dono straordinario: uno dei quaderni di Gabrielle, il decimo, è arrivato nelle nostre mani. Miracolo! È l’unico manoscritto finora ritrovato di Lui e io.
I frutti delle nostre ricerche, insieme a documenti e brani del bellissimo diario, animano questa Biografia.

Gli anni giovanili

La famiglia Bossis era originaria della Vandea e doveva la sua ricchezza al mare. Un bisnonno aveva sposato un’aristocratica e aveva trasmesso alla famiglia un bel lustro e un bel patrimonio. Il padre di Gabrielle, Augusto, non ebbe quindi altra professione che quella di proprietario, impegnato a custodire i molti beni che possedeva. Era, a detta di tutti, un uomo buono e di profondi sentimenti religiosi.
La moglie Clémence, che tutti definivano una santa, guidava con dolcezza il ménage familiare, vegliando sui bambini e sul numeroso personale domestico. Tenera e comprensiva, attingeva la sua saggezza dalla continua preghiera. “Io credo – affermava il marito ridendo – che dica il suo rosario anche a tavola!”.
Quando nacque Gabrielle – Gaby – ultima di quattro figli, i Bossis abitavano a Nantes nell’arioso viale de Launay al numero 15. Sebbene la madre la circondi di cure e i fratelli maggiori – Auguste, Clémence e Marie – l’amino con protettiva tenerezza, non è facile per la piccina, tanto sensibile, l’impatto con la vita.

Timida all’eccesso, questa fanciullina – così la dipinge l’amica Madame de Bouchaud – si spaventa ai giochi rumorosi, teme le riunioni affollate, piange di continuo! Quante e quante lacrime! Gabrielle, che traverserà mari, deserti e oceani, che avrà tanto ascendente tra gli amici, che animerà tanti gruppi con le sue brillanti iniziative, non ama per il momento che restare appartata nei cantucci della bella casa.

Nelle nostre ricerche abbiamo scoperto un testimone  preziosissimo della vita di Gabrielle: l’album delle fotografie che lei stessa ha ordinato e annotato.

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Così incontriamo per la prima volta Gaby: la graziosa bambinaia la tiene in braccio, mentre la bimba guarda imbronciata l’obiettivo, con gli occhi appannati dalle facili lacrime…
Dovunque poi, ecco i fratellini Bossis in primo piano. Ma quasi sempre l’obiettivo ne coglie soltanto tre. La piccina non c’è, o la si intravede appena, sempre qualche passo indietro, sempre pronta a nascondersi… La sua straordinaria personalità non è sbocciata. Ma “Lui” sapeva bene cosa c’era in quel bocciolino… E tanti, tanti anni dopo le rammenta, come si legge nel diario:

«Ti ricordi? Quando eri piccola nelle sere d’estate, a Le-Fresne, tu andavi tutta sola sulla terrazza e mi cercavi tra la Loira e le stelle. Dicevi: Vado a pensare. Tu cercavi me e io mi lasciavo prendere…»
«Ricordi? Eri piccola e mi cercavi, andavi a nasconderti nella camera buia dietro la cucina della nonna; là, in un angolo, c’era un grande pagliericcio arrotolato; tu entravi dentro, e quando si diceva: Dov’è Gabrielle?, tu tacevi e pensavi: Io sono con il buon Dio».
«Ti ricordi? Quando eri piccola avevi scritto sul tuo quaderno: Parlate, Signore, la vostra serva vi ascolta».

A sei anni, il pulcino di famiglia fu messo a studiare dalle “Dame nere” (Dames noires, religiose vestite di nero), le Fedeli Compagne di Gesù. Il bellissimo Collegio, frequentato da allieve benestanti, occupava una grande area nel quartiere dei Bossis. La disciplina era assoluta, gli studi severi. Ma le Dame nere si preoccupavano anche di dare alle fanciulle un’educazione con un “tocco di classe”. Una pronipote di Gabrielle ci ha raccontato che talvolta le suore, per educare le giovanette ad un incedere aristocratico, le facevano camminare con una grande croce dietro le spalle. Viene da sorridere pensando che Gabrielle doveva il suo famoso portamento eretto ed elegante alle volte in cui aveva fatto il piccolo “Cireneo” a scuola!

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Ormai il collegio ha cambiato sede, ma l’antico nucleo di allora è rimasto tal quale, sotto la coltre romantica dell’abbandono: la bella e svettante chiesa neogotica, la galleria vetrata che dava accesso alle aule, le enormi aiole di ortensie cerulee e un parco con grandi cedri spioventi sono ancora là. E ancora là, su quel prato solitario, si erge impressionante e bellissima la bianca statua del Cristo che offre il suo Cuore…

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In questa suggestiva cornice la piccola Gaby si preparò alla Prima Comunione. Ma anche in quel giorno di festa – il 10 giugno 1886 – la fanciulla restò, come sempre, silenziosa e pensosa. Se ne dette la colpa alla sua solita timidezza. Ma la Voce, anni e anni più tardi, ne svelerà un ben diverso motivo:

«Ti ricordi il giorno della tua prima Comunione? Tu non osavi neppure muoverti, tanto eri conscia che io ero dentro di te. Sì, io sono lì!»

E nella foto di circostanza, ancora in cornice sul suo tavolino a Le-Fresne, lo vediamo questo sincero raccoglimento, nel visino dolce e attraente, negli occhi chiari sotto l’ampio arco delle sopracciglia, nello sguardo limpido e assorto.

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Nell’Istituto, anno dopo anno, si cominciano a scoprire i suoi molteplici doni. Ci fu una Superiora che l’amò molto; era inferma e forse anche questo favorì i legami affettuosi con la giovanetta così premurosa con chi soffriva.
Superata l’adolescenza, Gabrielle non resta ancora a lungo nei cantucci. Da timida e introversa che era, si trasforma ora in una éclatante mademoiselle, gaia e socievole, dalla conversazione vivace e profonda.
È questo il primo “colpo di scena” della sua vita, che sarà ricca di “sipari” sempre nuovi, sempre sorprendenti.
Nel suo album la si vede ora con maggiore frequenza nelle feste, nelle cerimonie o nei viaggi a cui tutta la famiglia partecipa. Eccola, giovanissima, seduta sul tronco di un albero, figurina deliziosa con i folti capelli raccolti in una treccia sotto la “paglietta” di educanda; ed eccola ventenne, in riva al mare, che incanta come una fanciulla di Monet. E ancora eccola, in tante altre foto di un tempo felice: corse di cavalli, battaglie di fiori, gare di gondole, galà di beneficenza nei parchi…

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Fra i venti e i ventiquattro anni Gabrielle, non riusciva a capire la sua autentica vocazione e fu turbata da lotte intime che un suo confessore, padre francescano, conobbe e forse acuì suggerendole di abbracciare la vita religiosa. A lui sembrava – e lo si può ben capire – che il riparo di un convento potesse essere la scelta più giusta per quell’anima di cui s’intravedeva tanta sensibilità. Ma infine essa obbedì ad un impulso interiore che la voleva nel mondo anziché nel chiostro. Tuttavia, l’attrattiva per la spiritualità francescana dovette rimanere sempre forte in lei, che divenne Terziaria di San Francesco: con quell’abito volle essere sepolta e con questo nome è ricordata sulla tomba.
Alle afflizioni di quel periodo giovanile, Gabrielle accennerà soltanto una volta nel diario, molti anni dopo: Mi si credeva lieta e leggera nella mia gioventù, ed era invece il momento in cui provavo le più grandi pene dell’anima…
Finché giunse il tempo del primo dolore: nel 1898 il buon papà Bossis muore. La dolce catena degli affetti familiari si spezza per la prima volta.
Gaby ha ventiquattro anni; con la madre e la sorella Clémence, delicata di salute, soggiornerà a lungo sulla Costa. L’intimità più stretta con le due care persone e la vivacità allettante della società internazionale che esse frequentano, aiutano la fanciulla a sbocciare splendidamente. Le fa da guida Clémence che ha interessi e gusti simili ai suoi, coltiva rapporti e corrispondenza con amici importanti, ama tutte le cose belle e spirituali.
E Gabrielle si lancia nella vita. È troppo viva per rimanere fuori dal mondo, troppo attraente di dentro e di fuori per restarne ancora ai margini. Straordinariamente dotata per ogni forma d’arte, tutto le fu facile: dalla pittura alla musica, alla scultura, al canto, al ricamo, alla danza che le era così congeniale. La sua vitalità si manifestava anche con la pratica di tutti gli sport dell’epoca, compresa la bicicletta e l’equitazione; sembra che abbia primeggiato in tutto, con l’entusiasmo che metteva in ogni cosa. E quante passeggiate a piedi, e di quanti chilometri! Stupirà sempre tutti con il suo passo trionfante, con il brio che non l’abbandonerà mai.
E il suo aspetto? Gabrielle non possiede la bellezza classica ma ha qualcosa di più. Di più raro e di più avvincente, ha la bellezza indefinibile che si chiama charme. Incanta. È alta, snella, armoniosa. Ha tratti signorili e spirituali. Ha l’arte di allietare. La sua indole dinamica si traduce ammirevolmente nel gesto e nel portamento.
Di intelligenza rapida, capisce e agisce prima che altri abbiano pensato. E perciò, la “santa pazienza” è una virtù che deve continuamente invocare!
E la sua vita sentimentale? Certo, attraente com’era, Gaby non passò mai inosservata. I pretendenti alla sua mano furono molti non solo nel fiorire della sua gioventù ma anche nel suo sfiorire.
E il suo cuore? È mai stato conquistato? A risponderci c’è soltanto l’amica de Bouchaud che racconta:

Si parlava del più e del meno un giorno in famiglia; qualcuno di casa allora si divertì a scavare nel passato di Gaby, per sapere da lei se aveva dei rimpianti per qualche pretendente respinto, se ne aveva pianto, se… Gabrielle rideva a tutte queste domande, e con la solita franchezza rispose: “Oh, fra quelli che avrei potuto sposare ce n’è stato uno o due forse… Ma non è andata. Sì, ne ho pianto… per due ore!”.

Una delle pronipoti ha precisato, sorridendo al ricordo:

Zia Gaby aveva ricevuto molte proposte di matrimonio ma diceva di averle tutte rifiutate, sentendo che non era la sua strada. Zia Gaby era più dotata per la musica e il teatro… Il ménage le importava poco, per la verità.

In quegli anni Gabrielle, pur sempre fedele ai suoi principi morali e mai frivola, fu quasi conquistata dalla vita “di società”. Quante volte la Voce dovrà trattenerla dalle distrazioni del mondo, quante volte le chiederà di non tornare mondana…

Dopo alcune visite che mi avevano trattenuta per tutta una giornata, Lui mi disse:
«Se tu ridiventassi mondana, non penseresti più a me».

Soltanto una volta, in un bellissimo dialogo, Gabrielle si difese da questi miti rimproveri di Cristo; quando un giorno Lui con mestizia la esortò:

«Non lasciarmi mai… Non dovremmo, noi, essere sempre l’una per l’altro?»

Lei dolcemente protestò:

“Signore, ma non è stato sempre così dal giorno della mia prima Comunione?”.

Il nuovo secolo porta a Gabrielle nuove lacerazioni. La sua vita a tre con la madre e la sorella ha fine. Nel 1908 muore la mamma e nel 1912 le viene a mancare anche l’amata Clémence. Ma restata sola Gaby, che ormai ha superato i trentacinque anni e ha lasciato il calore della sua prima casa per trasferirsi nel palazzo accanto (numero 17) ereditato, non si chiuderà in se stessa. Anzi, cercherà coraggiosamente di fecondare la solitudine con interessi e impegni più generosi di prima. Ora Gabrielle lavora regolarmente nel laboratorio di arredi liturgici per le Missioni, che aiuta anche in modo concreto con notevoli contributi. Insegna regolarmente catechismo e partecipa alle varie iniziative parrocchiali a Nantes e a Le-Fresne. Prende il diploma di infermiera ed è crocerossina di guerra durante il conflitto mondiale del 1914-1918, prima negli ospedali della sua regione, poi al fronte. Dovunque, il suo servizio è apprezzato per l’intelligenza, la prontezza e la carica di simpatia umana con cui essa lo svolge.
Pare che i “suoi” soldati l’adorassero; ed è a loro, ai suoi cari feriti, che essa ha dedicato la più nitida e attraente fotografia dell’album: Gaby, crocerossina a Verdun, a quarantadue anni!

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Durante la guerra un nuovo lutto la colpisce: Jean, il suo nipote prediletto, muore da eroe nel cielo di Verdun. È un dolore così forte che lei non poteva neppure parlarne.
Tuttavia Gaby resta socievole, intrattiene molte relazioni, rivolge le sue premure a parenti piccoli e grandi. Con i redditi delle belle proprietà ereditate dai genitori fa omaggi, offerte, elemosine, specialmente alle sue due parrocchie, Nantes e Le-Fresne. Una Messa è celebrata ogni giorno nel palazzo del viale de Launay.
Al Fresne si sente sempre più appagata per la vita semplice e raccolta che si conduce in quella residenza familiare. Le-Fresne-sur-Loire è un incantevole luogo di villeggiatura a circa sessanta chilometri da Nantes.

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I Bossis, proprietari di un antico monastero trasformato in un’accogliente dimora, vi passavano i mesi estivi. Gaby l’adorava e aveva decorato con estro porte e pareti del salottino d’ingresso.

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Il signorile villino si allinea in un filare di altre case, affacciate su di una via silenziosa che le separa dai rispettivi giardini sulla Loira, cullati dal grande fiume che ne lambisce gli alti argini murati a terrazza. È questa, appunto, la terrazza familiare, il terrapieno alberato e fiorito dove si trascorre al fresco buona parte della giornata, si prende il tè, la colazione e la merenda, si legge, si ricama, si ricevono gli amici.
Qui Gabrielle coltiva i suoi fiori, inventa ghirlande di rose, gode i trilli degli uccelli, la fantasia delle nuvole, il raccoglimento più soave…
Qui ascolta il silenzio: una nipote ci ha detto che spesso, al Fresne, zia Gaby interrompeva un gioco o un discorso, per dire ai piccoli: “Sssh! Ascoltate il silenzio!”. Qui ritrova, in una cornice rimasta sempre uguale, i ricordi della sua adolescenza. Qui, ormai anziana, scambierà con Lui, con la sua Voce, i colloqui più indimenticabili.

L’esperienza teatrale

Gabrielle ha quasi cinquant’anni. Un nuovo sipario si apre su un nuovo, splendido “atto” della sua esistenza. Con il privilegio di una prolungata giovinezza, Gabrielle fiorisce.
L’impulso a una nuova esperienza le fu dato in maniera imprevista dal curato di Le-Fresne, don Olive, un sacerdote illuminato che la conosceva fin da fanciulla e che aveva curato la sua crescita spirituale. Già molti anni prima don Olive l’aveva spronata: “Andate al largo!”. Poi, nel 1923, le dice a bruciapelo: “Le commedie che volevo far recitare alle giovani della parrocchia sono ridicole, assurde. Fatemene una voi.”
Gabrielle, disponibile come sempre, ci prova. Scrive e interpreta lei stessa, recitando con le giovani parrocchiane, una fresca operetta morale: Le charme (Il fascino). La trama, abile e commovente, cerca di persuadere le giovani a non farsi abbagliare dal fascino delle grandi città, dove non troverebbero che delusioni e miserie, e a non sradicarsi dal fascino del loro ambiente semplice ma puro. La recita conquista tutto il teatro. Don Olive, conquistato a sua volta, organizza allora molte repliche e invia l’improvvisata troupe in altre parrocchie dove l’accoglienza è altrettanto entusiastica. Fu come uno spontaneo tam-tam da teatro a teatro. La missione di Gabrielle era cominciata, “prendeva il largo”.
Per anni Mademoiselle Bossis passa di palcoscenico in palcoscenico mentre inventa sempre nuovi testi teatrali: in circa tredici anni, compose tredici commedie in tre atti e quattordici “scenette” o balletti, che chiudevano in festa le serate di beneficenza.
In tutti i testi c’era sempre un personaggio di spicco che si confaceva alla sua età, al prestigio della sua figura. Non si deve pensare che Gabrielle bamboleggiasse in ruoli di giovanetta. Tutt’altro. Ora si ritagliava la parte di una vecchia zitella, ora quella di una mendicante che sfamava una nidiata di marmocchi straccioni, e così via. Erano ruoli che le consentivano, circondata da fanciulli, di regalare all’uditorio la sua allegria ma soprattutto i suoi messaggi morali e spirituali.
Per un dono innato di attrice, un gusto originale, una grazia al tempo stesso riservata e suggestiva, Gabrielle divenne presto una “stella”. Gioiosa e travolgente, si prodigava in fantasie spassose, in mille invenzioni esilaranti. Nei ruoli commoventi, poi, era addirittura splendida. Sempre persuasiva, essa ha seminato il Bene dovunque ha recitato, ambasciatrice itinerante del Signore, comédienne du bon Dieu, come lei si definiva.
Quanti contatti fra anima e anima ha annodato così, con le persone che l’accolgono nelle sue tournées, con l’uditorio che l’applaude, con le giovani attrici che istruisce durante le soste, con i religiosi che incontra! Il suo nome diviene presto famoso in Francia e ben oltre. Per anni e anni, fino alla vigilia della morte, Gabrielle va di tournée in tournée, sempre con lo stesso entusiasmo.

È il tempo degli “Oratori”
Le fotografie del suo album, ora, sono come un filmato della sua instancabile vita di palcoscenico: primadonna in mezzo a giovani attori naïf.

La cosa meravigliosa in quest’avventura umana non è soltanto il fatto che lei sia diventata, a quell’età, attrice celebrata  ma che abbia avuto anche l’estro della regia, utilizzando localmente gruppi di giovanette impreparate e realizzando spettacoli convincenti in cui tutti si divertivano, spettatori e attori.
I successi furono sempre strepitosi; anche gli esperti furono incantati dalla sua grazia. Un giorno, un famoso regista le domandò ammirato: “Mademoiselle, il vostro riso che mette in allegria un’intera sala, è un riso imparato o un riso naturale?”. E Gabrielle, scoppiando magnificamente a ridere rispose: “Monsieur, io non ho che un riso, ed è questo!”.
Nel 1929, Gaby era a Parigi per una recita di beneficenza. Padre de Parvillez, che poi sarebbe divenuto un amico prezioso, la vide sulla scena e le scrisse lodandola.

Grazie, Padre mio – gli rispose lei con schiettezza – ho avuto un gran piacere a leggervi, perché anch’io credo che la mia missione sulla terra è quella di dare gioia; e voi lo confermate con tanta benevolenza per la vostra povera attrice.

Intanto, la fortuna teatrale della prima commedia di Gabrielle attira l’attenzione di una casa editrice specializzata in testi destinati a oratori e patronati: Le charme viene pubblicato e ottiene un successo editoriale. D’ora in poi tutti i lavori di lei vengono subito stampati e diffusi.
Mademoiselle Bossis è ormai una celebre scrittrice, oltre che una nota attrice. I suoi testi circolano ovunque con il suo nome e indirizzo. Si comprende così per quali canali la popolarità di lei si sia estesa a tanti Paesi, anche i più lontani, dove si richiedeva la sua presenza come attrice, regista, scenografa, costumista…

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Ogni operetta brillava non soltanto per il soggetto, permeato di riflessioni spirituali, ma anche per il dialogo vivace, naturale, senza affettazione o pedanteria. Gabrielle aveva intuito che si dovevano portare alla luce le verità quotidiane della gente; perciò i protagonisti delle sue opere teatrali non erano i fortunati della Belle Époque, erano gli eroi della strada, squattrinati ma ricchi nell’anima. Con quasi vent’anni di anticipo, insomma, Gabrielle promuoveva il Neorealismo!
Tuttavia le sue motivazioni erano assolutamente estranee ad ambizioni letterarie; essa mirava soltanto all’apostolato, ad elevare le anime catturandole. Padre de Parvillez ben comprendeva le aspirazioni di Gabrielle e, come molti altri autorevoli religiosi, la elogiò in una bella premessa:

Voi piacete, Mademoiselle, e non soltanto a quelli che ridono o piangono ascoltando le vostre eroine; voi piacete all’uditorio invisibile per il quale, dice la Scrittura, ciascuno di noi è uno spettacolo: uditorio composto da Dio e dagli Angeli, uditorio il cui applauso vale più di tutti i premi letterari del mondo e che sarà un giorno, dopo molto lavoro, la vostra ricompensa definitiva.

Per meritare l’applauso di tale uditorio, Gabrielle non risparmiava sacrifici: non solo prodigandosi sulla scena, ma organizzando da sola tutti i viaggi, sostenendo le spese delle continue e costose tournées, confezionando lei stessa tutti i costumi e trascinandoli con sé in pesanti valigie.
Sfogliando l’album con le tante fotografie che Gabrielle ha incollato in questo tempo, ci pare che un po’ di clima mondano vi faccia capolino ancora, specialmente in quelle di propaganda teatrale ma, subito dopo, ecco le istantanee che colgono l’altro volto di Gabrielle: un’automobile immensa e zeppa di gente a Lourdes, dove lei organizzava gli annuali pellegrinaggi; un barcone sulla Loira, dove portava in gita la gente semplice di quei luoghi; la sua terrazza a Le-Fresne, con una nidiata di fanciulle che le si stringono intorno…

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Ciononostante, la vera Gabrielle non era conosciuta.

Vedendola partire tanto spesso per le sue grandi e piccole tournées – racconta un’amica – la gente del posto la invidiava, ha guardato soltanto alle apparenze. Era una signora, era elegante, vestiva spesso di bianco. Alcuni dicevano che ne aveva fatto il voto. Portava sempre un cappello a larga tesa e le camicette démodées, con il collettino rigido sottogola. Era un’attrice famosa, un personaggio originale. Si pensava che tutto le fosse facile e non fosse frutto di virtù.

Si credeva, insomma, che quella vita errabonda le piacesse più di una vita nascosta, di raccoglimento. Pochi compresero allora che la vita pubblica di Gabrielle non era una scelta, era un servizio comandato. Ma Lui invece sapeva… e più tardi, in un colloquio del 15 dicembre 1949, le dice:

«Ti ricordi la parola d’ordine che il tuo confessore ti aveva dato quando eri giovane? “Andate al largo!”. E tu sei andata al di là delle frontiere, all’altro capo della terra… perché era per me! Il mare, la strada, l’aria, il tempo erano per me! Poiché tu eri la mia figliolina in servizio comandato».

«Le tue sofferenze passate si perdono nella tua memoria ma restano fruttuose davanti a me. Tu hai già dimenticato le fatiche dei viaggi, le noie del clima, la sete dei deserti, gli esili lontani, i lenti ritorni, le lunghe paure, il forte coraggio, i momenti di debolezza. Ricordati che tu mi hai tutto offerto e che io ho tutto conservato».

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L’esperienza mistica

A sessantadue anni, dopo circa tredici anni di apostolato sul palcoscenico, una nuova luce investe Gabrielle. È l’inizio di “Lui e io”, il suo diario spirituale, il vertice della sua vita: tutto il passato è stato un’ascesa verso questo vertice.
È il 1936, Mademoiselle Bossis accetta di organizzare un’avventurosa tournée in Canada, sul transatlantico Ile-de-France. Il dolce far niente che l’attende durante la traversata la invita a fissare in un diario le sue impressioni. I suoi appunti sono rapidi come foto istantanee; vi si ritrova tutta la freschezza della sua natura, il suo gusto per le cose belle, la sua attitudine a cogliere il pittoresco.

Ed è qui, nella città natante dell’Île-de-France, nei saloni rutilanti di luci che piovono sulle coppie equivoche, le donne truccate, le vecchie ossigenate, i prelati romani, le suorine con la fronte fasciata di lino, i camerieri affannati a servire liquori, è qui sul ponte spazzato dal vento o presso un pianoforte che diffonde le note dei valzer viennesi e si trasforma in altare per le Messe celebrate all’alba, è qui che si intrecciano i primi stupendi dialoghi fra Lui e Gabrielle.

C’è una suggestiva foto di Gabrielle in questa lunga traversata: la vediamo a bordo, tutta sola, appoggiata al parapetto del transatlantico, contro la scia sull’oceano, il suo quaderno in mano… forse il suo racconto di viaggio (v. Lui et moi, Beauchesne, volume V).

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Ne riportiamo qui alcuni stralci per far gustare la vivacità del testo e soprattutto la tenerezza di quei primi colloqui mistici.
Tournée in Canada, 21 agosto – 4 novembre 1936:

21 agosto. Partenza per l’America sull’Ile-de-France, prima classe declassata. Che lusso questo battello!… Allora, mettiamoci all’unisono e facciamo lusso di bontà. È mezzogiorno e trenta: comincio ad avere una fame terribile…
“Signore, Vi ricordate della Vostra fame sul mar di Tiberiade?…”

Sono le quattro, è l’ora del tè sul ponte. Un signore mi fotografa e sua moglie viene a chiedergli che cosa fa!22 agosto. Prova della cintura di salvataggio. Con le nostre tre pareti stagne, impiegheremmo sei ore a naufragare, il tempo di confessarci e di cantare un cantico, indossando il vestito più bello per andare incontro allo Sposo. Io metterò il mio lungo abito azzurro, a lamine argentate, intonato all’oceano.
Durante il concerto, gli offrivo in fascio i suoni, l’armonia e la dolcezza che ne uscivano. Lui mi ha detto, come una volta a Le-Fresne:

«Mia fogliolina».

23 agosto. Messa nel salone dei turisti. Si è preparato un altare sul pianoforte.
Pensavo ai gabbiani, agli aerei che vengono a posarsi sui piroscafi. Lui:

«Questa volta è il Cristo».

Dicevo in mezzo al tormentoso rollìo:
“Sapete bene che tutto è per Voi, allora non ve lo dico”. Lui:

«Devi dirmelo perché amo ascoltarlo. Dimmelo spesso. Quando sai che qualcuno ti ama, sei contenta di sentirtelo dire».

27 agosto. Terra! Agitazione. Sorrisi. Come sono graziose queste coste boscose! Com’è grazioso un albero! Si vorrebbe abbracciarlo. Passo la notte in treno, sul sedile imbottito di velluto. Non si può sdraiarsi; il corridoio è in mezzo. La compagna che mi aveva reso un buon servizio insegnandomi a dormire sulla mia valigia mi lascia alla stazione di Montreal. Che fortuna sentire il francese!
3 settembre. Barriera di Christ River. Che buona accoglienza presso il Gran Capo indiano, che veste il suo gran costume di penne d’avvoltoio che gli scende alle calcagna, e i pantaloni di cuoio ricamati di perle e inghirlandati da strisce di lana! Dice alla moglie in lingua Cri: «Regala dei guanti alla signora francese». E la donna dagli occhietti maliziosi mi offre, il più gentilmente possibile, splendidi guanti in pelle vera, a perle azzurre e rosse: ne sono stupita..!
8 settembre. C’è festa solenne. Esposizione del SS. Sacramento e distribuzione dei premi per i lavori esposti a Calgary e a Edmonton. Allora, insegno alle mie piccole selvagge il balletto delle “Bambole meccaniche”, in inglese e in lingua Cri. Io canto in francese…
Le giovani indigene sono riluttanti a muoversi sulla scena e si coprono il viso vergognandosi, benché io spieghi loro che sono bambole di legno e di cartone! Ma davanti ai boccoli biondi delle parrucche restano estasiate. Vorrebbero che sulla loro mascherina mettessi degli occhi azzurri… ma non ne ho nella mia valigia! Alla fine, è stato un successo folle! E le indianine dal forte odor di muschio mi regalano sorrisi con occhi semichiusi, e vanno a raggiungere i compagni e le compagne che aspettano i premi… I piccoli giocano nel loro parco.
La luna piena dolcemente esce dall’estremità della terra. Io penso a quella mia Loira, laggiù… all’esilio di cui si soffre da missionari, e i miei occhi si inumidiscono…
9 settembre. Si riparte. Ascolto l’ultima messa qui. La cappella, dove è Lui, è accanto alla mia camera. Ogni volta che passo gli sorrido ed Egli mi dice:

«Sorridi a tutti. Unirò una grazia al tuo sorriso».

Egli approfitta d’una cosa tanto piccola nel suo grande amore!… “Ah! se potessi rinunciare interamente alla mia volontà, e fare tutto unicamente per amore di Dio: quale rapidità di perfezione!”. Lui:

«Dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore».

3 ottobre. Winnipeg. Lui:

«Chiudimi nel tuo cuore con un segno di croce, come dietro due sbarre».

4 ottobre. Montreal.

«Quando non ti raccogli, è a me che tu manchi».

25 ottobre. Festa di Cristo Re. Questa mattina, alla messa delle sette, il curato Boulier mi ha consacrata a Dio, deponendo il mio povero voto sul lino, sotto l’Ostia.
Gli dicevo: “Mi do a Te, con tutta la mia vita. Prega, appari, parla, ama al mio posto, nel mio posto…”. E Lui mi rispondeva:

«Occupati del mio Amore. Non c’è un orfano più abbandonato di me».

Sillery, Québec. I bambini avevano terminato i loro canti, e io gli dicevo:
“Adesso, non ti parlo più in musica”. Mi ha risposto:

«La mia musica è il tuo amore».

1° novembre. Ritorno sull’Ile-de-France. Lui:

«Credi alla purificazione infinita del mio sangue».

3 novembre. Sull’Île-de-France.

«Non fermarti ai dettagli. Va’ con lo sguardo fisso al mio amore. Tu cadi? Rialzati. Guardami di nuovo».

Mentalmente poggiavo la testa sulla sua spalla. Lui mi ha detto:

«Me la doni per sempre?».

Un’altra volta mi ha detto:

«Cerco degli affamati».

E io: “Signore, dammi la fame del martirio”. Lui:

«Non prendere che la vita che posso offrirti».

4 novembre. Ero distratta dopo la Comunione, all’ultima Messa sul ponte; Lui mi ha detto dolcemente:

«Aspetto».

Come restare indifferenti a questo straordinario irrompere di una Voce soprannaturale in una vita umana? Come non rimanere incantati da questa intesa così delicata? Come se quello fosse il tempo in cui il Signore quasi la “corteggia”, per conquistare tutto il posto nel suo cuore e legarla a sé.
La tournée in Canada si conclude, ma il diario prosegue tutto spirituale, diviene “Lui e io”. Terminerà soltanto con la vita di lei. La Voce le ha affidato un nuovo apostolato:

«Non ti chiedo che questo: scrivere. È forse difficile?
Io sono con te… Impiego parole che tu possa comprendere.
Ti ho chiamata allo scambio di una vita interiore, a testimoniarne la semplicità e la gioia. Vai, secondo ciò che è stato scritto di te nei miei disegni».

La lettura di Lui e io sarebbe soltanto uno sterile diletto emotivo se ci si fermasse allo splendore del testo e non si cercasse anche di raccogliere la divina Dottrina che vi lievita. Di pagina in pagina, l’Interlocutore invisibile dipana tutta una lezione d’Amore che orienta quell’anima verso le virtù fondamentali e la incoraggia a tentare gli sforzi decisivi per la sua crescita.
Lo spettacolo a cui si assiste è quello di una creazione interminata e interminabile:

«Io continuo a crearti».

Il primo impegno che Cristo chiede a Gabrielle è quello di essere un’anima orante. E Gabrielle, che lo è sempre stata, lo sarà fino alla fine. È questo suo lineamento interiore, più che il fascino esteriore, che va illuminato nel ritratto di lei. Anche nel turbinio delle sue tournées, essa si è sempre conservata fedele alla Via Crucis di ogni mattina, all’ora di Adorazione – l’Ora santa del giovedì – al Rosario e soprattutto alla Messa quotidiana, spesso conquistata miracolosamente fra un treno e l’altro, fra un piroscafo e l’altro, a costo di sacrifici indicibili.

In Corsica. Per prendere la Messa ho dovuto fare a piedi i sette chilometri che separano Porto da Piana. Sola, per due ore tra le rocce e il mare. Offrivo i profumi intensi di questa terra còrsa alla Santa Vergine, e poiché non sentivo la fatica di quella salita continua, Lui mi ha detto:
«Vedi, come tutto è facile nell’amore».

E ancora:

«Nell’amore, tutto è facile. Anche morire».

Ripetutamente, poi, Gesù le suggerisce di rivolgere la sua preghiera a Maria.

«Quando preghi mia Madre, chiedimi di accompagnarti. Io so parlare con lei».
Cartagine. In spirito gli chiedevo come fare per essere vicina alla Beata Vergine senza lasciare Lui. Egli mi ha detto:
«Amami nel seno di mia Madre… Durante questo Avvento, rimani in me, nel seno di mia Madre. Adorami lì, dove sono vivo come in cielo. Attendi lì che la mia formazione umana sia completa, per salvare gli uomini… Sta’ in me entro mia Madre, e anche tu lasciati formare da lei. Grande è la mia impazienza di uscire alla luce ed esservi vicino. Sia grande anche la tua impazienza di ottenere la perfetta età dell’anima, che è la santità».

Infine, la Voce divina esorta Gabrielle alla mortificazione, sia dello spirito che della carne, “cilici” in tutti i sensi che all’inizio l’hanno spaventata:

«Sii ostia per l’Ostia».
“Essere ostia è una frase che mi spaventa”

Lei gli confessa. Per incoraggiarla, allora, Cristo le parla di sé, di quello che Lui ha provato:

«Io non mi sono tolto la mia corona di spine…».

Parole brucianti, che fanno breccia nella sensibilità di Gabrielle fino a farla innamorare di ogni cilicio… Ce lo conferma la vivace testimonianza di un’amica che l’accompagnò in una tournée:

Un giorno andammo a far visita a un convento; io restavo nel mio angolino. Gabrielle invece, all’altro lato del parlatorio, parlava con un Abate, ma sempre ad alta voce, quella voce che non aveva niente da nascondere. Trascinata dal suo argomento, essa prese a parlare ancora un po’ più forte, dicendo: “Ma signor Abate, bisogna mortificarsi per andare in cielo, bisogna mortificarsi. Ma è molto semplice. Guardate.” E con mio stupore vedo Gabrielle così pudica, così riservata, portare la sua mano nel corpetto, sotto gli occhi dell’Abate, e estrarne un oggetto quadrato seminato di piccole punte acute: “Vedete”, disse lei, “non è che questo”. E rituffò il cilicio sotto gli abiti. Tutti avremmo avuto senza dubbio delle piaghe o delle malattie con un simile trattamento… Invece lei correva, recitava, andava e veniva con il suo passo veemente, a suo agio come se fosse avvolta nel velluto.

Questa scoperta ci fa un gran bene, perché toglie ogni parvenza di vacuo sentimentalismo agli slanci d’amore di lei. Gaby non è perfetta, è fatta della nostra stessa stoffa; ma come l’ha lavorata Lui, giorno dopo giorno, questa stoffa, per ricordarle la meta a cui deve aspirare ogni cristiano: l’imitazione di Cristo.

«Fa’ di tutto per arrivare ad assomigliarmi».
«Non basta essere la bontà. Sii la mia Bontà».

È questo il fine ultimo che la Voce vuol raggiungere con i suoi colloqui: indirizzarci a imitare Cristo. È questa la santità.

Nelle pagine di Gabrielle Bossis si rileva una profondità, un tatto, un equilibrio che impressionano – scrisse Lebreton. Se consideriamo l’insieme di queste conversazioni spirituali, non ci lasceremo turbare da certe espressioni che tradiscono una sensibilità forse troppo viva e troppo commossa. Questi tratti sono rari e poco a poco scompaiono, mentre sempre più il Signore attrae la sua serva fedele a una unione estrema, vissuta con umiltà.

E Gabrielle visse davvero l’umiltà, non tanto al di fuori quanto nell’intimo, nella coscienza del proprio nulla di fronte a Dio:

«Tu non sei niente, che questo niente sia mio.»
“Signore, non mi sento abbastanza pura per dare testimonianza di te”.

In un crescendo inarrestabile e magnifico, queste conversazioni si dispiegano attraverso gli anni fin quando, nell’ultimo tempo, Gabrielle quasi ammutolisce, incantata dalla Voce divina. Il diario a due voci diviene allora un soliloquio, il soliloquio di un Dio. I messaggi del giovedì nell’Ora santa sono di un lirismo incomparabile.

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E viene alla luce qualcosa che finisce di conquistarci: a differenza di altri testi mistici che si esauriscono in un sublime Solo-a-sola fra Dio e un’anima, qui l’Interlocutore ha per obiettivo tutti noi. La peculiarità più toccante di Lui e io sta appunto nella costante tensione missionaria del Cristo, che vuole oltrepassare lei per raggiungere noi, per attirare noi. Gabrielle non è tanto colei che riceve, quanto colei che trasmette i messaggi ardenti che Cristo le lancia perché li consegni al loro autentico destinatario: ognuno di noi. Ogni “io” è il bersaglio che Cristo vuol colpire, vuol ferire al cuore.

«Attraverso di te mi rivolgo alle anime per rassicurarle e incoraggiarle ad avvicinarsi, a parlare di sé; anche se queste anime non sapessero parlarmi, vengano a dirmi: “Non so cosa dire… È la prima volta!”. E se non sapessero che nome darmi, mi amino senza nome e dicano il loro amore senza parole. Io sono lì, anime dilette, e vi ascolto. Perché aspettate?».

Perché aspettiamo?

Gli ultimi anni

Mentre l’Europa, quasi inconsapevole, precipita verso la tragedia del secondo conflitto mondiale, Gabrielle organizza ancora le sue tournées, va… “al largo”. Ma nel diario non dice quasi più niente dei suoi estenuanti impegni teatrali. Colui che le parla, le ha fatto questa raccomandazione:

“Non scrivere più dei tuoi viaggi, i tuoi viaggi sono per me”.

Ma possiamo seguirla attraverso alcuni scritti. Un’amica racconta:

Gabrielle mi ha domandato di andare a raggiungerla a Assisi, perché era stata chiamata in Italia per recitare… “E se tu mi accompagnassi a Roma?”… “Se mi accompagnassi in Sicilia?”… Si viaggia tutta la notte; io che ero affaticata non ho dormito; Gabrielle invece ha dormito per un certo tempo; la guardavo dormire, e non potevo stancarmene… Ci si coricava a mezzanotte, e se c’era una Messa alle 5, lei vi era già andata. Si ripartiva e lei, sempre con lo stesso slancio, il suo bel sorriso!… “Non verresti a Tunisi con me?”… Poi ci separiamo: Gabrielle resta là per recitare più volte…

La stessa Gabrielle scrive dall’Africa, 24 aprile 1938:

Vi invio la lettera che ha fatto il delizioso viaggio di traversata del deserto. Quale splendore questo deserto, durante i sei giorni! Io penso che la sua attrattiva viene dalla sua immensità, come il mare; e se si arriva finalmente a un’oasi, è una meraviglia di rose e di palme. E che emozione, presso la tomba del Padre de Foucault, in faccia alla solitudine del deserto… È veramente impressionante leggere sulla placchetta posta sull’umile pietra: “Io griderò il Vangelo con la mia vita”. Domani, partenza per Costantina, Carachi, Tunisi; mercoledì, a Sousse, poi a Cartagine…
e da Le-Fresne, 26 aprile 1939:
Sono ritornata “subito presto” dal Sud di Tunisi, Gerba, Medenina, sulla frontiera tripolitana fitta di cannoni, di truppe, di aerei, di fili spinati; una linea Maginot ammirevole. Passando a Sfax e poi a Sousse, si pregavano i Francesi di attraversare il Mediterraneo prima che fosse bloccato. Rischiavo di essere prigioniera dell’Africa fino a Dio sa quando! La sera stessa, ho ritrovato le nostre suore di Nevers che mi hanno condotta al battello di mezzanotte: non restava più che una cuccetta! Il Mistral si è messo in tempesta così che, dopo lo scalo a Bizerta  ho potuto prendere la messa di un missionario diocesano di Lione… Ma il treno non ci aveva aspettato… Tuttavia, ho dormito molto bene cinque ore nella sala d’attesa, a Perrasch. La mattina dopo, una messa lì a fianco; ho ringraziato Dio di avermi ricondotta in patria, poiché laggiù ero stata angosciata. Non sapete che paura ho avuto di non rivedere più gli esseri cari e i luoghi familiari! E di essere inutile. Alle cinque di sera, dopo tre notti e due giorni senza avere bevuto né mangiato, ero finalmente nelle braccia di mia sorella.
Eccomi dunque con un mese di congedo che mi cade dal cielo: come Dio è buono! Non immaginate ciò che è per me la solitudine presso la Loira nel mese di maggio, il mese adorabile…

Nel giugno del 1940 l’invasione tedesca sorprende tutti. Nantes vive gli eventi in condizioni particolarmente tragiche. L’occupazione e la presa di ostaggi costringono gli abitanti all’esodo repentino. Anche Gabrielle lascia la casa, fugge in un carro bestiame fra nidi di pulci, si rifugia presso amici a Curzon, dove continua ad annotare stupendi dialoghi con il suo divino Interlocutore:

20 giugno 1940. Nel piccolo corridoio che mi serviva da camera, mi ero rifugiata con tutti i quaderni delle sue parole.

«Fammi l’onore di leggere un brano al giorno…»

11 settembre 1940. Pregavo con insistenza che i Tedeschi lasciassero la mia casa a Nantes per potervi abitare.

«E io invece ti domando di metterti nello stato di ostia: accettare quello che arriverà perché viene da me; pronta ad accogliere tutto, in unione con me, vittima per tutti. Mia piccola ostia, rallegrati: non c’è nulla di più bello che lo stato di vittima. È il mio».

Nel settembre 1943, nuovi orrori della guerra. È la grande prova. Gli Alleati bombardano ponti e strade per impedire la ritirata ai Tedeschi in fuga. Nantes è gravemente colpita, il centro della città semidistrutto, le vittime innumerevoli. C’è un nuovo esodo dei cittadini rimasti senza casa. Gabrielle accoglie una di queste infelici famiglie nel suo appartamento del viale de Launay.
L’anno seguente, anche la casa di Le-Fresne è in pericolo per la sua vicinanza alla ferrovia. Il 26 luglio la chiesa è bombardata per molte ore. Gabrielle si trovava lì. Essa trascorre al Fresne lunghi periodi. Se dal di fuori la sua esistenza sembra quasi monotona, nell’intimo è invece un’intensa avventura spirituale che però lei riesce nascondere. Ma sebbene segreta, la sua fioritura interiore aveva un profumo che misteriosamente avvinceva tutti.
Come ci ha confermato la deliziosa lettera inedita di Madame d’Antenaise:

È durante gli anni della guerra, nel 1943 o ’44, che ho avuto il piacere di incontrare Mademoiselle G. Bossis nella sua casa di Le-Fresne-sur-Loire. Io stessa abitavo non lontano da lì; essendo sposata da poco ed avendo tempo libero, avevo organizzato una piccola troupe teatrale con le giovanette del mio paese per dar loro un po’ di distrazione nel quotidiano così noioso della vita di campagna durante la guerra. La scelta delle pièces era difficile, poiché a quell’epoca non si poteva neppure pensare a recite di uomini e donne insieme! Ed erano rari gli autori che scrivevano pièces di qualità. Mademoiselle Bossis aveva compreso che i giovani avevano bisogno di evadere un poco da quell’atmosfera e che il teatro poteva essere anche un mezzo per veicolare dei buoni sentimenti ad majorem Dei gloriam. È così che un giorno ho scoperto le sue pièces e le ho domandato di volermi consigliare per la messa in scena. La incontrai dunque nella sua casa del Fresne, che in sé stessa, ai miei giovani occhi, era già un vero scenario. Lei, alta, acconciata in casa come fuori con un immenso cappello di paglia che teneva ferma la sua parrucca con lunghi spilloni, mi accolse con il meraviglioso sorriso da cui non si separava mai; il suo aspetto mi parve fantasioso, ma molto meno dell’interno della casa che somigliava più a un souk che a un vero salone. Alla rinfusa, ovunque, erano stipati i ricordi dei suoi viaggi d’Africa o altrove; pelli di tigre o animale selvaggio, più o meno mangiate dalle tarme, tappezzavano il pavimento e coprivano le sedie; tutto, vecchi travestimenti, cappelli, accessori, respirava la più grande estrosità.
Anche se il ménage non sembrava essere la sua preoccupazione principale, il calore della sua accoglienza e il suo buon sorriso cancellavano l’impressione di trascuratezza. Dalla sua finestra, lo sguardo scavalcava la strada, si posava sul suo giardino con un pergolato che dominava la Loira. È in questo meraviglioso giardino che passammo dei buoni momenti. È là che essa mi insegnò allora a filare la lana, e conservo ancora come un tesoro il fuso che essa mi ha dato. Filare era una necessità a quell’epoca, poiché la lana da lavorare era introvabile nei negozi e mi era molto utile per il corredino che dovevo confezionare per i miei due bambini.
Un giorno le portai delle pernici arrosto che gustammo nel giardino in compagnia di un mio amico che le aveva uccise. Essa abitualmente osservava una dieta ascetica ma quel giorno fece onore all’arrosto.
Ciò che mi colpisce quando penso a lei, è la sua grande fede nel rendere grazie a Dio per tutto, volgendo tutto al positivo, sempre e in ogni circostanza.
Mi ricordo di un giorno in cui la sirena lanciò l’allarme per avvertirci di un eventuale bombardamento alleato (infatti, Le-Fresne è attraversato dalla ferrovia che permetteva la circolazione dei treni di munizioni in direzione delle basi militari tedesche dell’Atlantico). Gabrielle ci fece scendere nella sua cantina, superba cantina di tufo che attraversava la strada, passava sotto il giardino e sfociava direttamente sulla Loira. In quella cantina si erano stipati numerosi vicini in preda al panico, ma lei sgranava il suo rosario, conservava il sorriso e sembrava tutta tranquilla… Attendemmo tutti in preghiera la fine dell’allarme, che era stato angoscioso.
Gabrielle Bossis aveva un’altra dimora a Nantes, ma non ci sono mai andata. Trovare alloggio a Nantes durante l’occupazione era molto difficile: è per questo che lei aveva proposto al Vescovado di disporre del suo appartamento quando lei non c’era, per ospitarvi sacerdoti di passaggio. Ma le accadde talvolta di dimenticare che la sua casa era occupata; come quando, rientrando a casa una sera, al momento di coricarsi trovò un negro nel letto: era un prete africano! In mancanza della luce elettrica, nel buio, non lo aveva visto. Quando ci raccontò questa vicenda, lei ne rideva pazzamente. Gabrielle Bossis amava ridere e ridere di sé stessa, che è segno di vero humour.
Poiché aveva scritto molte pièces di teatro, si era iscritta alla Società degli Autori o dei Giovani Letterati con il nome abbreviato “G. Bossis”. Questo la metteva in rapporto con tutto un mondo di scrittori che la incantava. Henri Ghéon (autore cattolico) era allora presidente, credo, della suddetta Società; lei lo ammirava molto e lo aveva invitato più volte ad essere suo ospite. Un giorno ricevette da lui una lettera che le diceva: “Mio caro confratello, accetto il vostro invito. Potete venire a prendermi alla stazione?”. Leggendola, Gabrielle intuì che c’era stato un equivoco ma si arrischiò ugualmente ad andare ad accoglierlo al treno. Questo Monsieur Ghéon, vedendo Gabrielle – invece di un confratello – si accorse dell’errore fatto e, contro ogni galanteria, immediatamente risalì sul treno e ripartì! Lei ne rideva ancora, molti anni dopo.
Rimpiango molto che le difficoltà del dopoguerra mi abbiano impedito di proseguire questi nostri rapporti umani che furono meravigliosi, anche se lei non lasciò trasparire il suo profondo misticismo.

Nonostante il momento tragico, padre de Parvillez caldeggiava la pubblicazione del diario di Gabrielle. Gabrielle aveva sempre saputo – la Voce glielo ripeteva di continuo – che le parole divine non erano destinate a lei soltanto, ma a tutti.

«Sono parole per i miei figli. Tu le ricevi in ginocchio come se tu ricevessi me, scolpiscile per sempre. Dopo di te, altri le riceveranno.»

Tuttavia, lei aveva qualche riluttanza a decidersi; si domandava se non fosse più opportuno pubblicare il diario dopo la sua morte. Ma Cristo, il 24 ottobre 1944, le chiede:

«E perché non durante la tua vita? Perché no? Tu hai pur già fatto fare la tua tomba, nel desiderio di sorvegliare tu stessa i dettagli. Il nostro libro, che sarà un libro di vita e non di morte, ben merita che tu vi curi tutto ciò che può aiutare chi legge. Non vuoi assistermi in questo?»

L’incoraggiamento divino vince le ultime resistenze di Gabrielle, che accetta di pubblicare alcuni estratti del diario, a condizione che non compaia il suo nome. Siamo sempre in tempo di guerra. Ciononostante, il de Parvillez trova un editore che, emozionato da quei testi, si dichiara disposto a stamparli; è Raphael Labergerie, che nel dicembre 1944 scrive a Gabrielle:

Grazie per il vostro consenso alla stampa, a mia cura, del commovente manoscritto intitolato «Lui et moi». Riconoscersi onorati di tale scelta e di tale missione, è dire ancora poco, perché esso è di una bellezza più che umana. Si tratta niente meno che della Parola stessa di Nostro Signore! La si vorrebbe veder colare nell’oro fino.

Il de Parvillez consegna all’editore i taccuini originali di Gabrielle. Appena qualche ora dopo, Labergerie è assassinato per strada. Sgomento, paura di avere perduto i testi, ricerche angosciose. Ma tutto viene ritrovato intatto. Si dovranno aspettare quattro anni per trovare una nuova, felice soluzione editoriale.
Gaby trascorre sempre più tempo con nipoti e pronipoti; li ospita a Le-Fresne nelle vacanze, in un clima di grande affettuosità. Nell’album la si vede quasi sempre abbracciata ai suoi “passerotti” nella bella terrazza sulla Loira. Proprio da questi passerotti, i fanciulli di allora, abbiamo raccolto i più freschi e più toccanti ricordi su questa “ultima” Gaby.

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Ecco il racconto di Marie-Christine Bossis:

Ho cominciato a venire al Fresne da piccolina, dopo la morte di mia madre, sia con le mie cugine, sia con mio padre. Ed era un’oasi di calma, di forme, di colori. Una donna – zia Gaby – si occupava un poco di me, con tenerezza ma senza eccedere, tuttavia abbastanza da farmi sentire bene con lei. Ammiravo ciò che essa faceva ma lei mi incitava a fare altrettanto. Vivevo teatro, costumi, “recitavo”, e questo mi piaceva. Essa “non giocava a fare la mamma” che non avevo più: restava lei stessa; ma la sua personalità, che io conoscevo, mi bastava.
Mi era indifferente lavarmi, pettinarmi, quello che avrei mangiato, quando bisognava dormire: penso che sia la stessa cosa per tutti i bambini; ma era la stessa cosa anche per lei! Altri si occupavano di questi dettagli.
Amavo il suo modo di abbigliarsi, con delle vesti che mi sembravano leggere, con dei fiori pallidi, con dei drappeggi, dei frou-frous, dei merletti, delle catene, dei gioielli; quei capelli erano pettinati bizzarramente, ma c’erano dei fermagli guarniti. Portava sempre dei sandali. Sorrideva. E tuttavia, quando facevo qualcosa di male, mi dicevano che l’avrebbero detto a zia Gaby. Ma non ricordo di essere mai stata rimproverata da lei.
Era sempre presente alle mie feste di compleanno; amava la buona cucina; mio padre era un buongustaio e sapendo che lei adorava le lumache con l’aglio ce n’erano sempre quando veniva a trovarci; quel giorno il pasto non soltanto era abbondante ma anche molto raffinato.
Ha ricamato molte stole, non so per quali preti né dove siano ora. Le ricamava con delle paillettes e delle piccole perle: mi aveva insegnato a cucirle e io l’aiutavo un po’, come potevo.
Al Fresne zia Gaby era innamorata della “terrazza” sulla Loira. All’entrata la vegetazione era un po’ “foresta vergine”, con i suoi immensi peri e le pere che non maturavano mai! Zia Gaby le serviva a tutti i curati che si sono succeduti al Fresne; le mandava a cuocere da un fornaio in un piatto di terraglia con un po’ d’acqua e di zucchero. Io mi domando ancora oggi se, a parte le uova, lei sapeva preparare qualcos’altro… Comunque, in ogni caso, non sapeva accendere il forno che andava a carbone. Bisogna dire che il colore delle pere era magnifico e faceva venire l’acquolina in bocca a me come ai curati, assicurava lei a mio padre che la supplicava di aggiungervi un poco di burro e di vino della fattoria!
Nel giardino dietro casa, c’era un sambuco presso la cisterna; zia Gaby mi aveva insegnato a sbucciarne i sottili rami e a scoprirvi l’interno bianco e molle. Quest’albero ci ha dato sempre molti problemi, perché gli uccellini adorano i semi di sambuco ma volando lasciavano cadere la loro… “traccia” sui lenzuoli bianchi stesi sul prato ad asciugare. Il risultato era che assai spesso vi si trovavano delle macchie violette che non se ne andavano più!… E lei, lo trovava divertente e ne rideva!
Nel giardino, sul retro della casa, si aprivano molte porticine che davano sui piccoli sentieri rimasti come nel Medioevo. Dopo una di queste porte, c’era un sedile di ardesia: zia Gaby vi si sedeva spesso. Con la terrazza, era questo il suo angolino preferito.
Poi c’era la scuderia, poiché una volta la famiglia aveva dei cavalli, delle carrozze e un cocchiere. Zia Gaby aveva sempre amato cavalcare…
Lei non mi ha mai influenzata spingendomi a pregare più di quello che non facessi, cioè: dire le preghiere prima di dormire, andare alla Messa la domenica, fare la Comunione e seguire le regole che mi avevano insegnato le Orsoline a scuola.
So che negli ultimi mesi della sua vita mio padre la rimproverava perché non andava dal dottore; ma lei insisteva a dire che aveva solo un raffreddore, si metteva delle gocce nel naso e prendeva uno sciroppo! E invece…
Ah! Ho dimenticato di dire: zia Gaby non mi lasciava mettere i costumi che faceva per le rappresentazioni teatrali delle sue commedie. Io la guardavo fare i suoi fiori in carta goffrata e altre cose. Ma quando è morta, allora fu il grande momento! Abbiamo potuto andare nella soffitta… E c’era il baule! Il baule dei tesori che stava per aprirsi e… voilà: i fiori goffrati, slavati e appassiti, i tulle di tutti i colori si sparpagliarono ai nostri piedi…

Anche il pronipote Luc ci ha regalato i suoi bei ricordi:

La casa al Fresne è rimasta estremamente viva nel mio spirito. Mi ricordo la sala da pranzo, la grande tavola sulla quale si giocava tutti a carte con zia Gaby, e le passeggiate la sera dopo cena con lei: andavamo al cimitero cantando e tenendoci a braccetto. Della zia mi ricordo dell’abbigliamento stravagante, dei manichini nella soffitta rivestiti con gli abiti delle sue commedie. Mi ricordo soprattutto la sua vitalità e il suo brio. Parlava e giocava con noi; noi l’amavamo molto e non la temevamo, nonostante la sua forte personalità. Non confidava la sua vita spirituale. Ed è soltanto dopo che abbiamo saputo del suo diario.

La pronipote Suor Marie-Renée, allora quasi ventenne, disegna un profilo della zia più ricco e spirituale:

Era una persona che attirava subito l’attenzione dovunque si trovasse, per il suo charme, la sua maniera di essere, il suo riso, la sua parola. Aveva il dono della parola, della scrittura, della poesia.
I suoi racconti sulle città che visitava incantavano. Originale, con un grande cuore, era molto amata. Si sapeva tutti che quando si andava da lei avremmo passato sempre dei bei momenti! Era gaia, con molto brio.
Provvista di numerosi doni naturali:
– Molto dotata per la musica: lei diceva che quando suonava un andante al piano, non esisteva più niente. Amava cantare e far cantare. Dipingeva. Danzare la rapiva. Un giorno, mentre attendevamo il treno sul binario di Ingrandes (unito al Fresne), ci insegnava la “quadriglia dei lancieri” e la “catena delle dame”!! Spiritosa, amava fare degli scherzi. Al tramonto della sua vita, era restata molto giovane di carattere.
– Viaggiava allegramente attraverso la Francia e altri paesi quando i patronati la invitavano a dare delle rappresentazioni.
– Molto indipendente di natura. Diceva di aver ricevuto numerose domande di matrimonio ma di averle tutte rifiutate, sentendo che non era la sua strada.
– Insegnava il catechismo ai fanciulli e aveva l’impressione che allora “non era più lei che parlava”, mi aveva detto.
Quanto alla sua vita mistica, quello che mi sembra sicuro è che aveva il suo centro nella “persona del Cristo”. (Al Fresne, l’alcova della sua camera era tappezzata di copie di quadri con Cristo.)

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– Pregava certamente molto, ma in modo molto riservato. Alla Messa, tutte le mattine. Ogni giovedì, andava a fare un’Ora di adorazione in chiesa dalle 16 alle 17, durante la quale riceveva delle “parole interiori”. Le scriveva immediatamente “per paura di dimenticarle”, mi ha detto. La sua spiritualità doveva essere abbastanza doloriste, centrata sul dolore, mi sembra… (È l’impressione che avevo avuto io; forse mi sbaglio, avevo 18 o 19 anni a quell’epoca). Questo contrastava con la sua personalità gioiosa.
Molto imperniata sulla “Passione di Gesù” che meditava a lungo (anche durante la Messa!). Quello che so, è che si nutriva molto delle “rivelazioni” di Caterina Emmerich. Mi ricordo che mi aveva fatto leggere i racconti della Passione descritta in quel libro. Desiderosa di ascesi (alla sua maniera), dormiva per terra o su un misero pagliericcio. Non portava calze, neppure d’inverno. Non scaldava la casa. Quando era sola, i suoi pasti erano molto frugali! Credo che portasse un cilicio.
Quando sono entrata in convento, nell’ottobre del 1948, lei mi ha aiutata, mi ha incoraggiata al momento della partenza, nel nostro ultimo addio.

Suor Marie-Renée ci ha ripetuto anche a voce la sua certezza che Gabrielle portasse un cilicio. Un’amica di Gabrielle (come si è visto) ci ha confermato la stessa cosa. E al Fresne, durante le ultime ricerche stimolate dalla nostra visita, un cilicio di Gabrielle, forse quello che lei portava di notte, è stato ritrovato nella soffitta: una cintura di sottile fil di ferro intrecciato, con tante puntine rivolte all’interno, verso la carne… Quelle punte parlano dell’amore di Gabrielle più di ogni parola. E le aggiunte all’originaria allacciatura ci dicono che il cilicio ha abbracciato i fianchi di lei per lunghi anni: una cintura allargata via via, con il passare della snella gioventù…
Certamente è nella cornice di Le-Fresne che il ritratto di Gabrielle riverbera i suoi tanti colori. E Mademoiselle Agnès, governante del curato di Le-Fresne fra il 1945 e il 1950, ce ne illumina i più nascosti:

La signorina Bossis era una persona speciale, molto sorridente, semplice, non superbiosa. Era istruita, non s’inquietava mai con nessuno; aveva un modo cantante di dire: “Voi credete, Mademoiselle Agnès?”. Alle sei e mezzo del mattino era in piedi; alle sei e tre quarti o poco più, arrivava in chiesa per l’Angelus mattutino, a piedi nudi nei suoi sandali, anche nell’inverno, e con le mani nude, anche con il gran freddo. Era tutta concentrata nella sua preghiera.
Si nutriva pochissimo: qualcuno pensava che fosse avara. A me confidava: “Ricevo tante lettere, Mademoiselle Agnès, tante richieste di soccorso, bisogna bene che io invii il mio aiuto, qua o là”. Difatti, lei faceva molte opere di carità in segreto. Nascondeva al massimo le sue numerose offerte. Mi diceva spesso: “Non bisogna dire che si offre e che si soffre, Mademoiselle Agnès”.
Non aveva mai paura, lei, sola nella sua grande casa. Io mi lamentavo del freddo, della difficoltà di riscaldarsi la notte. “Fate come me, signorina Agnès. Io non mi spoglio”, mi diceva. Non accendeva mai il riscaldamento, il fuoco, in casa; si coricava sul pavimento, avvolta in una coperta.
Una volta, Monsignor Abate Harel ed io siamo andati a Lourdes con la signorina Bossis; lei ci aveva prenotato le camere allo stesso albergo dove andava lei; le nostre camere erano nella dépendance. Le abbiamo chiesto: “E voi dove siete alloggiata?”. “Oh, io sto benissimo”, rispose lei ridendo. Volendo saperne di più, mi sono informata dalla proprietaria dell’albergo; mi ha detto in confidenza che la signorina Bossis dormiva in soffitta e me l’ha mostrata: era una stanza illuminata da una finestrina, una stanza così piccola che a malapena ci si poteva distendere un lettino pieghevole. Ma, come per ogni cosa, Mademoiselle Bossis dava una spiegazione ridendo, perché tutto apparisse naturale. Certamente si mortificava molto, ma su questo argomento era molto riservata. Ogni anno, regalava dei giocattoli ai bambini, per l’albero di Natale.
Ricordo che un giorno aveva invitato Monsignor Abate La Rose con altri sacerdoti; li portò a prendere il caffè sulla terrazza. Dopo un momento, uscì con Monsignor Abate: “Scusate”, ci disse, “ci assentiamo per cinque minuti”; e condusse l’Abate a benedire la sua tomba al cimitero. Accadde circa quindici anni prima della sua morte.
Una volta, poi, Mademoiselle incontrò una paesana che le disse: “Signorina, sono stata a pregare sulla vostra tomba”; e lei, ridendo, le raccomandò: “Ma vieni a pregare soprattutto quando io ci sarò!”. Cercava sempre di volgere tutto in allegria, per rallegrare.
Chi non la conosceva bene, si fermava alle apparenze: sembrava eccentrica, sempre con i suoi grandi cappelli fuori moda e con i suoi colletti di trina sottogola… Ma chi la conosceva bene la considerava una vera cristiana.

Finita la guerra, il Padre de Parvillez si rimette in cerca di un editore di buona volontà e lo trova: è Gabriel Beauchesne. Lo stesso Vescovo, monsignor Villepelet, è impaziente della buona riuscita degli accordi. Lui e io vede la luce!
Il 15 luglio 1948, quando Gabrielle riceve le bozze del suo volume antologico, Cristo si apre a una struggente effusione, una delle più belle pagine del diario:

«Oh, siine lieta! E prega perché ogni riga abbia risonanza nelle anime…
Domandami di andare verso i più miserabili, i paralizzati nell’anima, i desolati senza speranza, i muti davanti a Dio…
Domanda che con questo piccolo libro io passi, come passavo un tempo sulla terra, guarendo, attirando a me…
Ah, che si venga a nutrirvisi e a respirare più forte!»

Alla fine del luglio 1949, il volumetto esce in libreria. Il messaggio di Gabrielle Bossis si fa strada nel mondo, consolando le anime, come lei scrisse nella dedica:

“Questo libro è dedicato al cuore addolorato e immacolato di Maria,
per la consolazione delle anime”.

Due o tre settimane dopo, Gabrielle affronta un’operazione chirurgica per un tumore che poi la stroncherà. A metà settembre è ancora in clinica, pronta per il grande Viaggio; ma la Voce le domanda:

«Vuoi lavorare ancora un poco per me?»

E lei torna in piedi, piena di slancio. Nel settembre 1949, felice del Bene che il suo libro sta facendo, scrive al de Parvillez:

Caro Reverendo Padre, eccomi in convalescenza, uscita di clinica. Salutare prova che mi è valsa tante grazie. Lo credereste che «Lui et moi» mi teneva incessantemente fedele compagnia? Infatti, Beauchesne mi ha rinviato diverse lettere che gli sono arrivate: opinioni di Superiori, Religiosi, o altri, che mi hanno vivamente interessata ed edificata. Che Dio sia benedetto! Il mio lavoro appena tornata al Fresne sarà di continuare la preparazione del secondo volume.
Le spese della clinica sono un piccolo problema, in confronto alla gioia di sapere che «Lui et moi» comincia a diffondersi! Vorrei farne avere una copia a Mistinguette. Come fare? Io devo occuparmi della gente di teatro…

L’inverno passa serenamente, mentre lei termina di scegliere gli estratti per il secondo volume. Ha 76 anni. Per la prima volta, verso la metà di marzo 1950 si sente stanca… I medici scoprono che il tumore si è esteso ai polmoni. Lei ancora non capisce e crede prima a una bronchite, poi a una pleurite:“Ho una pleurite proprio ridicola, perché è piuttosto una malattia di gioventù. Ma quante volte io faccio le cose alla rovescia?!”.

Essere prigioniera in un letto le costa molto. Dove sono le belle consuetudini di un tempo? Le care Messe quotidiane prese spesso all’alba? E la Via Crucis di ogni mattina? E il buon sonno sul pavimento?
E allora reclama:

“Dottore, quando mi tirerete fuori da questo letto?”. “Ma io non ve ne tirerò fuori”

, risponde il medico semplicemente. Un istante di silenzio, ed è tutto. Tutto è accettato, con quel grande equilibrio che fu la più bella dote di Gabrielle.
Scrive ancora biglietti rapidi e affettuosi, dove affiora la sua piena disponibilità al volere di Dio:

“…Io parto per il Grande Viaggio. Ho ricevuto l’Estrema Unzione. Magnificat!”. “…È tempo di raggiungere la casa del Padre di Famiglia”. “…Sicuramente: come Dio vorrà, non un’ora di più”. “…Il mio cuore si indebolisce ogni giorno. Non mangio né bevo da tre giorni. È dunque presto la partenza. Rallegratevi con me. Magnificat!”.

Questo Magnificat risponde al dolce invito che Lui le aveva rivolto anni prima:

«Soprattutto non dimenticare il tuo sorriso, quello che io ti ho dato. Che esso ti accompagni anche alla morte. È come se dicesse “Magnificat”!».

Nelle ultime pagine del diario, fra i due interlocutori si insinua una terza presenza: la Morte. Ogni riga è solenne. E quando lei è inchiodata sulla croce fra soffocazioni e strazi, è allora che il Salvatore le suggerisce le parole più folgoranti, un Cantico dei Cantici. Finché, il 25 maggio, Gabrielle sussurra a Cristo:

“Sono arrivata al termine della mia vita?…
Dove sei, amorosa Presenza?… E dopo, che sarà?”
«Sarò io, sarò sempre io».

Nessuno, neppure gli scettici potranno evitare la commozione di fronte a questo dialogo: Gabrielle, nella consapevolezza di trascriverci il suo estremo colloquio con Cristo davanti alla Morte, ci consegna la Fede nella sacralità del congedo terreno. Vicina all’ultima soffocazione, essa ci dona la profezia del corpo umano glorificato: “E dopo, che sarà?” «Sarò io, sarò sempre io».

Il diario “a due voci” si chiude qui. Ma continua il dialogo segreto, tutto interiore. Ormai, i polmoni non le permettono più che un mormorio; quella voce gaia o patetica che aveva diffuso nel mondo tanto incanto, che aveva toccato i cuori e contagiato di gioia i teatri, quella voce si è spenta. Fino all’ultimo respiro, resisterà in lei la vivacità dei gesti, la lucidità della mente e il coraggio di confortare quelli che in lacrime vengono a dirle addio.
Le nipoti sono richiamate da Parigi. Vincendo il consueto pudore per la sua vita intima, Gabrielle finisce per confessare:

“Sapete che mi è sempre piaciuto travestirmi… Là c’è una veste, piegata in una scatola. Se non vi spiace, mettetemela per la mia sepoltura”.

Le nipoti scopriranno che la veste è il suo abito di terziaria francescana:

Suor Maria del Cuore di Cristo.

Dall’8 al 9 giugno 1950, nella notte del Corpus Domini – la festa che lei aveva ricordato ogni settimana nell’Ora Santa del giovedì – l’infermiera viene a vedere Gabrielle verso le quattro del mattino. La trova ancora presente, tutto sembra normale. Quando ritorna, verso le sei e trenta, Gabrielle è ormai uscita dal Tempo. Nessuno era stato presente a quell’estremo momento. “Lui”, soltanto Lui, doveva raccogliere il suo ultimo soffio di vita, Lui che le aveva detto:

«Al momento della tua morte, io sarò il tuo canto del cigno, poiché la forza ti mancherà. Tu non avrai più legame con la terra e nessuna veduta sull’Aldilà; sarà l’abbandono del Golgota; tu ti unirai più di sempre al mio cuore, e noi saremo insieme per il passaggio.
Unisci ai miei, gli ultimi dei tuoi ultimi respiri, fino al grande grido d’Amore che porterà con sé la tua anima».

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Sulla sua tomba

Sono andata a pregare sulla sua tomba, ha scritto Jeanne Tallier, nei suoi ricordi di Gabrielle Bossis.

Quando si entra nel piccolo cimitero di Le-Fresne i passi scricchiolano, affondando su quella sabbia della Loira che lei amava tanto. La tomba è di pietra, semplice, col suo nome scritto su una piccola targhetta di metallo posta sulla fascia frontale:

qui riposa il corpo di gabrielle bossis – terziaria di s. francesco
deceduta il 9 giugno 1950 – pregate dio per lei.

Sul piano di pietra è steso un Cristo di marmo bianco, su una croce di bronzo; da dove lo ha portato Gabrielle? Dall’Italia, forse? Io non ne ho mai visto uno simile. Il dolce volto divino, con le lunghe palpebre abbassate, rivela una vita interiore immensa. La testa, coronata di spine, è sollevata in avanti, come se Egli si apprestasse a lanciarsi verso il suo Mistero di Resurrezione. È un Cristo di una bellezza sconvolgente.
Sotto, questa iscrizione rivelatrice, preparata da Gabrielle stessa molti anni prima:

o cristo, fratello mio
lavorare accanto a te
soffrire con te
morire per te
sopravvivere in te.

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Al di là del cimitero, la vita quotidiana continua trepidante. Questa vita nella quale Gabrielle si inseriva consacrata a Dio in pieno mondo, fermento di vita per tutti. I treni passano rapidi, al di là della piccola strada che separa il cimitero dalla via ferrata. E ancora oltre si scorge la Loira, rosa al tramonto del sole.
Là, nel cimitero di Le-Fresne, riposa colei che ebbe la missione di trasmettere l’immenso Amore di Gesù per ciascuno di noi.

Anche noi, in quel piccolo cimitero affacciato sull’immenso fiume, ci siamo congedati da Gabrielle. E contemplando la sua tomba ci hanno scosso brividi di emozione, anche per l’ultimo dono che a Le-Fresne abbiamo ricevuto: un foglio del suo taccuino, ritrovato là, nella sua casa.Un’ Impressionante profezia!

Settembre 1934. Preparo la mia tomba.
Vorrei che passando vicino a me si avesse un pensiero buono,
che Cristo parlasse attraverso le mie ossa aride.
«La mia Voce sortirà dalla polvere e tu, morta,
farai il Bene».

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